domenica 31 maggio 2009

Doves-Warriors

video
Ieri sera a Bologna si è giocato il derby di football americano. L'ultimo risaliva al 18 marzo 1989 e dunque si può capire quanto fosse attesa la partita nel giro del football bolognese, che continua ad essere numeroso e con frequenti visite dal passato, cioé ex giocatori e allenatori la cui passione non si estingue. Trattandosi di un blog e non di una testata giornalistica tout court, posso aggiungere come nota personale che ho ritrovato con immenso piacere il mio allenatore di ormai 26 anni fa, Toni Mangiafico, che - a proposito di passione - ha creato ora un'altra squadra di football a 9 e... mi ha invitato a farne parte (no comment, ma in senso letterale, cioé non commento).
La partita teoricamente rappresentava una sfida tra le peggiori squadre del campionato, entrambe con una sola vittoria, ma questo conta poco, anzi poteva essere motivo di equilibrio che in realtà non c'è stato, nel 17-0 per i Doves. L'attacco dei Warriors, con un qb come Caleb Mayer probabilmente non all'altezza, avrebbe avuto bisogno di posizioni di campo favorevoli per poter sfruttare le sue non numerose ma potenzialmente ricche armi (il ricevitore Mattia Parlangeli, ad esempio): invece, secondo notazioni empiriche (cioé le mie) il suddetto attacco ha avuto come posizione di partenza di drive rispettivamente la linea delle 31, 34, 33, 38, 15, 35, 6, 19, 28 yard. I primi down conquistati erano solo tre nel primo tempo (sei in totale, uno su penalità) in cui i Doves hanno invece segnato 17 punti (due field goal ravvicinati - nel campionato italiano TUTTI i field goal sono ravvicinati - e due td pass di Willo Scaglia per Gabriele Zaccarelli) di e chiuso 10 primi down, di cui uno su penalità. I Doves hanno corso meglio e giocato una buona difesa, anche sui lanci, ma nel secondo tempo hanno faticato in attacco contro una buona difesa Warriors che in cinque possessi ha costretto tre volte al punt, una volta al fumble ed una volta, l'ultima, al field goal sbagliato. Tra i Warriors basso gradimento ha ricevuto l'annullamento del td di Nick Notario proprio sull'ultima azione del primo tempo: Notario aveva ricevuto un lancio di Meyer ma è stato decretato un fallo in linea, una spinta nella schiena, che ha cancellato tutto. Non avendo visto il fallo, non ho modo di giudicare, comprendo però il disappunto dei Warriors che avrebbero chiuso il primo tempo con un td, riducendo lo scarto dal 17-0 al 17-6/7 e ritrovando, forse, nuova carica. Ma è necessario accettare sempre le decisioni arbitrali, anche se la prossimità al campo degli staff tecnici fa sì che al termine di ogni partita o quasi ci siano
Note a parte: tribuna del Doves Stadium, l'ex Arcoveggio, quasi piena, anche se ho avuto l'impressione che al margine destro ci fossero posti liberi, e discreto caos; tra tamburi e trombe, per gran parte della gara parlare con il vicino di posto è diventato arduo. Quel che mi fa sorridere in queste occasioni, quelle cioé di derby di qualsiasi sport in qualsiasi città che abbia due squadre, è la pretesa di ciascuna fazione di rappresentare la vera essenza del luogo: la "Bologna Vera è solo Guerriera" e "La Vera Bologna siamo noi" delle opposte tifoserie non sono nulla di diverso, filosoficamente e sociologicamente parlando, della lunga diatriba di Manchester su quale delle due squadre di calcio sia la VERA squadra locale, o quel che accade a Torino o Milano o Genova. Un'osservazione non partigiana fa notare, in casi del genere, un atteggiamento bifronte: di solito infatti viene ritenuta più rappresentativa quella, delle due, di minor successo, un po' per sindrome di autoconsolazione un po' perché le vittorie dell'altra (Manchester United, juventus e così via) le hanno procurato un maggior numero di tifosi fuori città e fuori nazione e dunque diventa facile, per la tifoseria del club meno fortunato, indicare l'alto numero di fans giapponesi, scandinavi e asiatici del club più forte e usare questa arricchita composizione etnica del tifo per bollarlo come cosmopolita, più che reale esponente di una realtà locale. Nel derby bolognese di football non c'è questa seconda fetta di mentalità, e anche il discorso relativo ai successi è lontano, ma mi incuriosisce sempre questa corsa a garantirsi il posto di rappresentare "vero" di una città, sempre che poi si riesca a determinare che cosa questo voglia dire.

sabato 30 maggio 2009

"E cambiamo decisamente argomento"

So di essere pesante già dall'ironia del titolo, che ricorda una frase fatta dei tg, e di prima o poi rischiare il "medice, cura te ipsum" di antica memoria, ovvero un invito a preoccuparmi degli errori che faccio IO, ma mi ha colpito l'altro giorno ascoltando un giornale radio di una importante (e bella) emittente la frase, relativa ad un attentato, "il bilancio, fino a questo momento provvisorio"... Ma se è provvisorio è ovvio che è fino a quel momento! Provvisorio vuol dire proprio "al momento attuale, fino ad ora"! Dunque siamo al solito uso di espressioni scontate cucite l'una con l'altra e adottate acriticamente, come quando nei tg si ascolta l'insopportabile "vero e proprio arsenale" ("vero e proprio" viene usato anche per "agguato"), come se prima del sostantivo non fosse consentito usare altri aggettivi

Ci casca pure Giggs

Non ho mai capito perché noi giornalisti accettiamo senza mai commentarle negativamente, per la loro banalità, frasi scontate e fastidiose come quella in cui è caduto anche Ryan Giggs, dopo Barcellona-Manchester United: “torneremo più forti di prima". Certo, bello ed anzi necessario darsi l'obiettivo di migliorare: ma dal momento che quasi sempre parole come quelle vengono pronunciate da chi è reduce da una delusione o un infortunio, si tratta quasi sempre di retorica. Non basterebbe dire "torneremo forti come prima", che già sarebbe tanto? Dobbiamo sempre accettare questa roba senza dire nulla?

mercoledì 27 maggio 2009

Champions League

Un'ora alla finale di Champions League, a Roma. Dalla stazione Termini ho preso il solito autobus 910: pieno di tifosi del Manchester United. Schiacciato in fondo, in mezzo a loro, ho estratto il registratorino digitale e registrato almeno 25 minuti di canti di ogni tipo: con la conferma che in nessun momento i tifosi dello United dimenticano un pensiero ai loro "amici" del Liverpool, ma il testo di una delle canzoni anti-Reds è impubblicabile.

martedì 26 maggio 2009

Si è già saputo della scoperta dell'America?

Spacciata oggi come novità una notizia, quella della ruspa comprata su internet da una bambina di 3 anni, che sul web - e su quotidiani inglesi molto diffusi, quelli normalmente saccheggiati dai media italiani - era visibile già venerdì scorso. Ah, la velocità dell'informazione moderna... Poi, sia chiaro: io non do alcun peso agli scoop e alla rapidità di conoscenza di una notizia, ma se chi glielo dà poi se ne esce con cose già ammuffite, allora non va bene.

Blue Moon

Sarebbe il caso di tifare per il Manchester City: un City che fosse in lotta per il titolo di Premier League e magari si qualificasse per la Champions League costringerebbe infatti tutti i faciloni che dicono solo "Manchester", quando parlano dello United, a specificare meglio per evitare confusioni, come in un mondo normale si dovrebbe ovviamente fare già ora. In questi giorni si sta toccando il fondo, nelle cronache pre-Roma: non credo di avere sentito una sola volta la parola "United".

Spinta e reazione


La domanda è: l'estrema commercializzazione di tutto, tutto, tutto, sposa i desideri della gente, cioé va incontro a sue pulsioni, o è un meccanismo creato per suscitarne anche ove non ce ne siano? Mi viene in mente spesso, e mi è tornato in mente quando una email mi ha avvisato che presto sarà disponibile la nuova maglia da trasferta del West Ham. A Roma direbbero una parola composta che inizia con "sti", io mi limito a dire "capirai...". Anche se la mia passione per le maglie d'epoca è a sua volta non pura: la maglia dell'Arsenal del 1991 ora pare un pezzo da museo, ma la comprai pochi giorni dopo l'uscita, trovandomi là, e a quel tempo era come gettarsi oggi sulla nuova divisa del Manchester United.

lunedì 25 maggio 2009

Burnley Football Club


Burnley promosso in Premier League. Passerella 2009-10 su tutte le tv del mondo per una città che un collega inglese mi ha descritto con toni disperati, ma che ha uno stadio ancora vecchio stile. Più che altro, una considerazione: l'importanza gonfiata della Premier League è arrivata a tal punto che la sola presenza, il solo farne parte, è motivo di delirio collettivo, come se il Championship, uno dei campionati più seguiti d'Europa, fosse una sorta di girone infernale. Ho già più volte segnalato un aspetto grottesco delle finali di playoff per l'ascesa in PL: dirigenti della Football League che sorridenti premiano e festeggiano squadre che non vedevano l'ora di sfuggire alla Football League stessa. Se non altro, tra Burnley e Sheffield United non poteva che andare bene, per chi è soddisfatto del ritorno di grandi nomi del passato, ancorché di successi lontani, alla ribalta. E poi ora diventano tre le squadre di vertice con i colori claret&blue, e questo male non fa.

giovedì 21 maggio 2009

Due zeri

Curiosa la vicenda di quei due neozelandesi che si sono visti accreditare in banca, per errore, una cifra cento volte superiore a quella richiesta per un prestito, hanno immediatamente incassato e sono - pare - fuggiti. Mi è accaduto un caso simile, nell'estate 1999, ma me n'ero completamente dimenticato, e ora lo riferisco: 1999, appunto, estate. Un collega americano viene in Francia per i Campionati Europei di basket, vinti poi dall'Italia, e dedica gran parte del proprio reportage ad Andrea Meneghin, all'epoca ancora ritenuto un futuro campione. Mi chiede aiuto per alcuni dettagli, poi torna in patria. Qualche giorno dopo, a distanza di pochi minuti, io e un mio collega italiano riceviamo una telefonata dalla medesima persona: è un fact-checker, cioé una persona che all'interno della redazione ha l'unico compito di verificare che nomi, date e circostanze di un articolo corrispondano alla realtà. Il fact-checker chiede a me e al mio collega la conferma di come si scriva Meneghin, la verifica della data di nascita e dei nomi degli altri Azzurri, e così via. Due volte, non una sola: a me, e al mio collega. Metodi diversi dai nostri molto diversi. Ma non finisce qui: pochi giorni e arriva un'email nella quale l'amministrazione di quel giornale mi chiede dati ed indirizzo per potermi... pagare. Pagare per cosa? Per il semplice aiuto dato al mio collega, roba che mi aveva tolto al massimo venti minuti. Roba inaudita, in Italia. Ok, trasmetto i dati, e dopo una ventina di giorni mi arriva una busta. Contiene un assegno da 129 dollari (addirittura!), ma il problema è un altro: chi l'aveva compilato si era evidentemente sbagliato, e l'importo risultava in realtà di 12.900 dollari. Vacillo, rido, mi diverto a pensare "20 minuti del mio tempo valgono 12.900 dollari? Vi dedico una giornata intera allora!", poi comunico al mio interlocutore americano l'errore compiuto. Imbarazzo, richiesta di scuse, ringraziamento. Ma so che quell'assegno, per quanto privo di valore reale, l'ho fotocopiato, anche se ora non ricordo dove sia la fotocopia. Del resto 12.900 dollari non erano il milione o quel che è con il quale i neozelandesi sono spariti...

Spam-Man

Spam certamente, ma mi è arrivata un'email di un'agenzia che si propone per l'alta specializzazione delle traduzioni, anche tecniche e specialistiche. Peccato che si legga: "Siamo un nuovo concetto in traduzioni"; "Gli piacerebbe decidere il costo per essere conosciuto nei cinque continenti?"; "C'invii un’e-mail con il testo a tradurre". Proprio bravi nelle traduzioni...

Veleno in circolo

Poche espressioni sono consolidate, anche a costo di essere banali, come quella che identifica quel che è successo a chi sta male per avere mangiato cibo avariato: "intossicazione alimentare". Eppure la tremenda mania di tradurre male dall'inglese, per faciloneria, fretta o pura incapacità, ha fatto danni anche qui: nelle ultime settimane ho letto di casi di "avvelenamento da cibo" o "avvelenamento alimentare". Si trattava ovviamente di "food poisoning", tradotto, come citava Aldo Giordani, "ad mentulam canis". E qui è meglio non tradurre.

lunedì 18 maggio 2009

Prego?

Inimitabile quanto ha detto James Harrison, superbo linebacker dei Pittsburgh Steelers protagonista del Super Bowl con quel ritorno di intercetto da 100 yard, per giustificare il suo rifiuto ad aggregarsi al resto della squadra nella visita alla Casa Bianca su invito di Barack Obama, il presidente: «che ci inviti quando non vinciamo il Super Bowl, se vuol vedere gli Steelers. Per quanto ne so, in caso di loro vittoria avrebbe invitato gli Arizona Cardinals». Harrison confonde l'invito ad una squadra con l'invito alla squadra campione: è ovvio che Obama ha chiamato gli Steelers non perché sia amico di Dan Rooney, il presidente (lo è, lo ha anche nominato ambasciatore in Irlanda) o perché siano la sua squadra preferita (sono i Chicago Bears) ma perché sono campioni NFL.

domenica 17 maggio 2009

Mah

Dall'Independent di oggi, domenica

Kicking off: A new film relives the fashion and fighting that defined the football 'casuals'
Thirty years ago, a new footie tribe arrived on the terraces: they dressed weird, liked cool music and were up for a ruck. On the eve of his new film, Kevin Sampson recalls the style highs and violent lows of the 'casuals'

By Luiza Sauma
Sunday, 17 May 2009S

Sometimes it takes more than smart clothes and memorable music to cement a youth subculture in history – it takes a film. Quadrophenia did it for mod culture in 1979. More recently, Shane Meadows' This is England brought skinheads back into the public eye. Pat Holden's stylishly scrappy new film Awaydays is set to do the same for football casuals – although it's fair to say the film doesn't really belong to the director, but to Liverpudlian writer Kevin Sampson, who wrote the 1998 source novel and the screenplay. Sampson spent a decade trying to get the film off the ground with first-time producer David Hughes, a film composer by trade (and former member of OMD), who also scored the film.

Sampson and Hughes have known each other since they were teenagers in the late 1970s. They didn't support the same football teams then, and they still don't – Sampson is a Liverpool fan, while Hughes sides with Tranmere Rovers – but they moved in the same circle of young men who went to the football, got into fights, dressed in European sportswear and listened to dark-edged, Northern post-punk: Echo and the Bunnymen, Joy Division et al. In the early 1980s, they would be dubbed "casuals", but Sampson prefers the term "match lads". "It's one of the great teenage subcultures," he says. "For once, it didn't start in London; it didn't start in the United States. It started on the streets of Liverpool."

Unlike skinheads or mods, casuals never disappeared underground; they diversified. Their influence can be traced over the past 30 years, through Wham!'s Fila jackets, the Stone Roses' scruffy sportswear, Damon Albarn's floppy fringe and Mike Skinner's casual chic. In 2009, there is casual DNA in the sartorial choices of almost every young man and woman in the UK, be they black, white or Asian, from council estates or country estates. Almost everyone, after all, owns a pair of trainers.

Set in and around Liverpool in 1979, Awaydays follows a young man called Paul Carty (played by Nicky Bell) who works in a dull office job while dreaming of joining The Pack, a group of violent Tranmere match lads led by a psychotic older man (the terrific Stephen Graham, of This is England). Carty befriends the charismatic Pack member Elvis (Liam Boyle) at a gig and is eventually accepted into the fold; cue much shouting, punching, kicking and homoerotic longing.

While Awaydays took a decade to transfer from book to screen, the story has, in essence, been around for much longer. Sampson first had a stab at the novel in 1981. "There were the same characters – Carty and Elvis – but it was only about 65 pages. I sent it to Penguin and it was quickly rejected." Still keen to write about the subject, he rehashed it as an article for The Face in 1983. The piece buzzes with youthful energy. "This is young, urban, male Britain," it declares, "modern as hell, and how."

Twenty six years later, with a budget that came in under £1m, the film of the book of the article is finally set for nationwide release. "From the outset, people were telling us that you can't make a period film for under £5m," says Hughes. "It feels like a great indie record rather than a polished major production."

The film's release also marks the end of Sampson's love affair with casual culture, which has spanned more than 30 years. "If there's anything autobiographical about Awaydays, it's that perspective of the outsider wanting to belong," he says. "Gradually, over a period of time, it became my world." Here, he lets us into that world and explains the look, the music and the violence that made the scene what it was...

The look

"At most of the away games I went to up north and in the Midlands in the 1970s, you came across the same type of boot-boys: guys with Bee Gees centre-parts, wide trousers and Dr Martens boots. They were basically cavemen. Then you had this strangely androgynous Liverpool lot who had girls' haircuts, and wore very tight Lois jeans and training shoes. It's hard to imagine how revolutionary and subversive that look was. They were quite hard lads dressed in an effeminate way. Turning up in a pair of training shoes – which at that point were only used for PE at school – was very unusual.

"You would save up for a pair of Adidas Nastases and go to the match thinking you looked great, and the older lads would have moved on to a different training shoe altogether – Puma Argentinas or Stan Smiths. The shops in Liverpool cottoned on to that pretty quickly. They used to dress the windows specifically for the match lads. Whether the clothes were in for a week or two, once they were gone, something else would come in. It was very fast-moving.

"There were always leaders, but 95 per cent of kids at the game looked identical. That was the point. You wanted to fit in; you wanted to almost clone each other. I was never one of the vanguards of the scene, but there would be hordes of people who would get into things way too late, so we had the satisfaction of ripping it out of them. That's the way it worked: adopt, abandon, ridicule."

The music

"Music is certainly not part of the football lifestyle in the way it was. After the game you'd go to these clubs in Liverpool – there was Eric's, the Harrington bar, Checkmate and the Swinging Apple. They played quite stripped-down, electronic music: Kraftwerk, Bowie in his "Heroes" phase, and lots of the post-punk that was coming out of the north-west. There was a weird, Eastern European feel to what they were doing.

"The band that most of the football lads identified with was The Jam. If The Jam were playing up here, it was like a football match. The new wave scene and the north-western industrial music scene both had a significant football following – bands such as Echo and the Bunnymen, the Teardrop Explodes and OMD in Liverpool and Joy Division and Magazine in Manchester. Ultravox as well – we've got three or four Ultravox songs in the film. But if you're looking for one music reference that really sums up that time, it's David Bowie on the front cover of Low, where he's got that wonderful, vermilion-dyed wedge haircut and a brown duffle coat. If you were going to a Liverpool game in January 1978, that's what everybody was wearing."

The violence

"Violence is part of working-class male adolescence. Even if you look at DH Lawrence's Sons and Lovers, Mr Morel likes nothing better than going out on Saturday night, sinking a few pints and having a scrap. It's a male rite of passage and it found a ritualistic form in the bad old days of football violence. When it came to the actual fighting, there was always a momentary stand-off. They'd shout, "Come on!" at each other, this big roar went up, one side ran in and nine times out of 10, the other side just ran away. Equally, there's no doubt that in every gang there's a handful of psychos who are in it for different reasons, who get off on the violence and savagery of it all.

"It's exciting being part of a gang. It gives you a sense of belonging and superiority – rightly or wrongly. You would get off a train somewhere like Derby and there would be all these men with sideburns and donkey jackets on, assuming the Liverpool lads were fair game because they looked like girls. There were times when we'd be split up and, to be honest, it terrified the life out of me. But when you get back together and you're on the way home, you can convince yourself that you've been heroes for one day."

'Awaydays' (18) is out on Friday

sabato 16 maggio 2009

Serata all'Alfheim Field

Warriors Bologna-Dolphins Falconara, questa sera. Hanno vinto i Dolphins, dotati di un attacco aereo troppo pericoloso per la difesa bolognese, quel che vorrei segnalare è il livello di organizzazione ed intraprendenza dei Warriors, a tutti i livelli, dall'accoglienza ospiti alla varietà di iniziative alla sportività nel chiedere l'applauso per la squadra ospite, a fine partita. I risultati sul campo possono essere migliori dell'1-6 attuale, ma gli altri aspetti non si inventano dall'oggi al domani, e sono già solidissimi. Non sto neppure a menzionare, se non rapidamente, cosa voglia dire per me ogni volta tornare alla Lunetta Gamberini, nome del centro sportivo nel quale sorge lo stadio: ci ho passato così tanti sabati e domeniche, sugli spalti e sul campo, da averne perso il conto, e anche questa sera ho rivisto tanti volti che mi sono familiari ormai dai primi anni Ottanta. Così come il fischio dei treni che passano sulla ferrovia sopraelevata rispetto al campo, e che inevitabilmente salutano. Non per nulla, ogni volta che sono andato a Roma nell'autunno scorso, per le telecronache RAI, ho volutamente dato un'occhiata al campo, passando, quasi a salutarlo e a raccoglierne le energie in vista del mio impegno. video

Shearer

Che dispiacere, vedere un grande personaggio come Alan Shearer con quell'espressione, a fine partita.

giovedì 14 maggio 2009

Spettacolo

Non sembrava nemmeno una partita italiana, ieri, Lazio-Sampdoria: sullo sfondo si vedeva pubblico e non file di gradinata vuote, come nel 99% delle immagini di gare di serie A o anche Champions League (figuriamoci di serie B), il gioco è stato frenetico, le riprese televisive "pulite" e nitide. in più la gioia vera di chi ha vinto e la delusione vera di chi ha perso. Purtroppo, da sabato sera si torna agli stadi mezzi vuoti.

domenica 10 maggio 2009

Sfoghi da vecchio bacucco


Ieri, alla trasmissione L'Eredità, una studentessa universitaria di Lettere Moderne ha individuato presto l'errore contenuto nella frase "Papà fa l'ingeniere". Solo che secondo lei l'errore era nel verbo, non nella parola "ingeniere". Vuole fare la giornalista. Avanti pure.

Ancora: c'è una pubblicità radiofonica, abbastanza irritante, con una ragazzina toscana che parla delle cose semplici della sua vita. Peccato che ad un certo punto dica di preferire le vacanze dalla nonna piuttosto che "in un resort". Una ragazzina che dice "resort" non è plausibile né credibile, facile che sia una parola che usa qualche fighettissimo autore dei testi, che vive e parla così, evidentemente. Sono quasi sempre quelli che poi quando devono davvero parlare inglese con inglesi o americano con americani balbettano, o lo fanno con accento e tono inascoltabili, da italiano in vacanza.

Un quotidiano inglese, oggi, rievocando il periodo vissuto dal Liverpool sotto Gérard Houllier, ne ricorda gli errori sul mercato ma anche i meriti nell'avere ricostruito l'identità e la stabilità del club "post-Spice Boy". Ovvero nel periodo successivo a quello degli "Spice Boys", i Fowler, McManaman, Redknapp, che se la spassavano un po' troppo. C'è un solo paese nel quale si continua ancora invece a credere che Spice Boy sia il soprannome riferito a David Beckham. Indovinate quale.

venerdì 8 maggio 2009

Ci risiamo

Uno degli aspetti più irritanti della (non) attenzione che i media italiani dedicano ad alcuni sport altrove seguitissimi, come il football, è quando di questi sport si parla unicamente per aspetti secondari o tragici, o estrapolando circostanze che laggiù non suscitano alcun interesse se non temporaneo. Nel mio piccolo, nel quotidiano nazionale in cui scrivo, cerco sempre di fare sì che le mie proposte siano di segno positivo, e fortunatamente c'è grande rispetto per tutti gli sport che non siano calcio, ma un'occhiata in giro fa capire come non sempre sia così, altrove. Ora tremo: perché negli Stati Uniti sta per partire (o è in previsione futura, nemmeno lo so perché non mi interessa) la Lingerie Football League, mini-campionato di quell'ignobile pseudo-sport di cui si è visto un esempio in occasione di alcuni Super Bowl E tremo, appunto: perché una manifestazione come il Lingerie Bowl è stata puntualmente segnalata ed evidenziata da noi, paese che perde la testa non appena vede una ragazza in biancheria intima, mentre negli Stati Uniti solo una persona molto attenta ai trafiletti dei giornali si sarebbe accorta della sua esistenza: laggiù c'è rispetto per lo sport vero e molto meno rispetto per le pagliacciate. Poi è chiaro che tutto va in proporzione: se per l'applauso di mille spettatori in un cinema newyorkese siamo costretti a leggere qui da noi che "l'America impazzisce per xy (inserire nome di regista italiano a scelta)", quando in realtà il 99% degli americani non sa nemmeno di chi stiamo parlando, è evidente che il senso della misura è perso e dunque diventa tragicamente sensato scrivere che in America ha successo la Lingerie Bowl, così come ci tocca periodicamente leggere che un certo locale è diventato di moda perché ci vanno a turno 2000 snob o che un determinato sport - atletica a testa in giù o paracadutismo con un'incudine appesa alla vita - si sta diffondendo quando a praticarlo sono sempre i medesimi 100 che però magari vanno una dopo l'altra ospiti in trasmissioni tv come curiosità più che come praticanti. Del resto è più facile mettere la foto della ragazza in due pezzi e casco che spiegare come mai Matthew Stafford sia così bravo...

domenica 3 maggio 2009

Massì, tanto...

Anche se mi capita spesso, non mi diverte per nulla fare il maestrino, ma se un giorno cedesse una parte del tetto di una Milanello, Appiano Gentile o Trigoria e un quotidiano straniero titolasse "Crolla il tetto dello stadio Olimpico/di San Siro" gli rideremmo dietro. Oggi però un quotidiano italiano per il crollo della struttura di allenamento dei Dallas Cowboys parla - nel titolo - di "stadio" dei Cowboys. Certo.