martedì 30 giugno 2009

Jerebko, i popcorn, Joe Dumars

Tuesday, June 30, 2009
Jonas Jerebko is a blast from Joe Dumars' past
Chris McCosky / The Detroit News

Auburn Hills -- A few weeks ago, after working out at the Pistons practice facility for the first time, Jonas Jerebko was invited into president Joe Dumars' office for a brief chat.

"He looked at me and he says, 'You don't remember me, do you?' " Dumars said on Monday, after introducing Jerebko and fellow draftees Austin Daye and DaJuan Summers to the media.

Dumars wracked his brain trying to remember where he might have met this 22-year-old kid from Sweden. Then Jerebko reminded him about the 2001 Euroleague Championship, which was held in Sweden.

"I remember there was this little kid maybe 12, 13 years old who kept running up and sitting with me, bringing me stat sheets, bringing me cokes and popcorn," Dumars said. "He was telling me which guys could play and which guys couldn't play. I basically adopted him for two days and at the end he says to me, 'One day I want to play in the NBA.' And I am like, 'Sure, OK.' "

And there he was, eight years later, drafted by the Pistons in the second round.

"He said to me in my office, 'Remember the kid from the Euro championships?' And I said, 'Do you know that kid?' And he said, 'I am that kid.' I was like, you've got to be kidding me."

As if that's not serendipitous enough, what are the chances of a Swedish born basketball player winding up in Detroit, where the professional hockey team has eight Swedish-born players.

"I watched a lot of hockey and Detroit is one of my favorite teams," Jerebko said. "I know they have a lot of Swedish players but I don't know any of them. I will be going to some games, for sure."

The Pistons think they unearthed second-round gems in Jerebko (39th pick) and Summers (35th). Both have more NBA-ready bodies than Daye, and could make a quicker impact next season. Summers is 240 pounds and Jerebko measured at 6-foot-10 in his shoes.

"We never expected those two guys to fall into the second round," Dumars said. "There were at least five guys that landed in the second round who were supposed to fall. But teams, because of economic conditions, drafted guys at the end of the first round that they could send overseas so they wouldn't have to put them on their payroll."

Ricatto

Continua, oggi, la tirannia dei bambini. Non specifico, che è meglio, ma continua.

lunedì 29 giugno 2009

Italian Bowl

Bello, l'Italian Bowl di sabato scorso, a Milano Marittima. Non trovo aggettivi meglio descrittivi: bello, e basta. Combattuto anche se tendenzialmente già indirizzato verso la vittoria dei Giants Bolzano già dalla fine del primo tempo, conclusosi in maniera bizzarra: in vantaggio 14-0 a 8'57" del secondo quarto, i Giants avevano subito un touchdown su lancio di 80 yards di Eyde per Gaudio, che ha ricevuto in corsa sul lato sinistro, senza mai cambiare passo, e con lo slancio che aveva accumulato nelle prime 15 yards è arrivato fino alla end zone. 14-7. Ma a 2'38" dalla fine Reggie Greene, quasi scontato Mvp della partita, ha corso 80 yards - ottimo un paio di blocchi per liberarlo e consentirgli di accelerare - per il 21-7. I Marines hanno costruito un buon drive successivo concluso, al quarto down, da un lancio di quelli che nel football vengono definiti hail mary, insomma un lancio di Eyde (33 yards) in end zone nella speranza che qualcuno saltasse più in alto dei difensori, e lo ha fatto Pruitt, che ha messo a punto la sua statura (13-21, calcio di trasformazione sbagliato). In quel momento tre quarti del pubblico ha ritenuto concluso il primo tempo, come del resto pareva dal tabellone elettronico fermo sui quattro zeri, ma restavano in realtà 6": kickoff subito messo a terra da Ventorre con 12 yards di ritorno, e sull'unica azione prima dell'intervallo Greene, ricevendo un pass corto (la difesa dei Marines, giustamente, aveva coperto il lancio lungo), ha potuto accelerare e con spazio a disposizione per le sue celebri serpentine si è fatto un totale di 73 yards per il td del 28-13 che ha dato un tono sia al punteggio sia alla gara. I Marines iniziavano il terzo quarto intercettando Marty (8/10-155-1-1) e recuperando un fumble ma i due possessi di palla nati da questi turnover (palloni persi dagli avversari) non portavano a nulla (sack sul quarto down e fumble anche dei laziali), e il td di Greene con corsa di 5 yards sul finale del quarto chiudeva virtualmente la partita. Anche se i Marines non si sono mai arresi: segnato un td con Eyde (corsa di 4 yards) con trasformazione da due punti per il 21-35 a 9'58" dal termine, recuperavano subito l'onside kick, sul quale a dirla tutta i Giants non si sono dimostrati concentrati, e arrivavano sulla linea delle 36 yards dei Giants, ma qui si bloccavano: tre passaggi incompleti più un quarto down giocato (sarebbero stati poi sette, in tutto) in cui nel tentativo di Eyde di sfuggire alla pressione della ottima difesa bolzanina fioccavano holding, ricevitori ineleggibili e infine un passaggio in avanti illegale di Eyde che, con la perdita del possesso a 4'55" dalla fine, chiudeva davvero la partita. Bella, ripeto: purtroppo, non c'erano molti spettatori occasionali, di quelli che giocando a Cervia-Milano Marittima si sperava di attirare, ma questo è un annoso problema, come quello dell'unificazione del football italiano sotto un'unica bandiera, dato che lo status attuale crea perplessità in chi si avvicini al football da altri ambienti, e non è facilmente spiegabile a chi non se ne intenda. Si sta lavorando, ma sarà lunga. Però partite così, al di là del disappunto di chi comprensibilmente vorrebbe vedere maggiore equilibrio tra giocatori americani e italiani - troppo spesso chi azzecca i primi ha già un vantaggio netto, ma anche saper scegliere è un merito, ci sembra - sono una pubblicità positiva.

venerdì 26 giugno 2009

Basta!

Ci può essere qualcosa di più insulso, stupido, cialtrone, dei premi estivi di musica, giornalismo, cinema, letteratura, che ci vengono ritualmente inflitti ogni sera d'estate, in cornici classiche dell'Italia più provinciale? Politici locali in passerella e spesso violenti con la lingua italiana, trofei inguardabili e pacchiani, presentatori o presentatrici che ammazzano i presenti di luoghi comuni, senso della propria importanza come località esasperato fino al ridicolo. Non nascondo che spesso ho forti sospetti sulla correttezza, la liceità, la pulizia di queste manifestazioni. Non ho dubbi sul loro buon gusto: inesistente.

giovedì 25 giugno 2009

Kraft-work


C'è qualcosa che non quadra: come mai viene dato come notizia dal Guardian il fatto che Robert Kraft, proprietario dei New England Patriots, tempo fa intendesse acquistare il Liverpool o un'altra squadra inglese, quando ne avevo parlato persino io qui, a suo tempo? Comunque sia, Kraft lasciò perdere perché la mancanza di un tetto salariale e di certezze di programmazione rendeva rischioso l'impegno, ma le parole sul problema di un possibile 2010 senza salary cap per la NFL, se non si dovesse arrivare ad un accordo con l'associazione giocatori, confermano ancora il mostruoso divario tra la concezione americana di un campionato professionistico e quella europea, trogloditica e feudale: «Se non ci fosse un tetto agli stipendi che speranze di essere al Super Bowl avrebbero avuto lo scorso anno gli Arizona Cardinals? i tifosi a Kansas City, Green Bay, Arizona, Buffalo: hanno tutti le medesime possibilità, dipende da come sono gestire le loro squadre». Concetto puro, per quanto lo possa essere nello sport pro: a tutti la medesima possibilità, poi la differenza non la fanno i soldi ma la bravura, anche se ovviamente con il passare del tempo una eccellenza costante attira i giocatori migliori, Tanto per riferirci al draft NBA di stanotte, nel basket i Clippers hanno le medesime probabilità di vincere il titolo rispetto ai Lakers, ma a causa dell'inettitudine della loro dirigenza sono perennemente in fondo: la differenza la fanno gli uomini, non i denari. Nello sport di stampo europeo, medioevale (anche se io adoro il Medioevo), siamo ancora alla legge del più forte (e ricco): ho centinaia di milioni? Mi comprò Kakà e Cristiano Ronaldo, anche se sono un incapace.

mercoledì 24 giugno 2009

23 anni dopo


C'è una storia bizzarra, dietro la foto che vedete. A parte la mostruosità estetica della capigliatura del primo personaggio a sinistra, sulla quale né all'epoca né ora era ed è possibile intervenire. Comunque sia, la foto fu scattata nella primavera del 1985 alla Strabologna, una corsa podistica (si può ancora dire?) alla quale i Faac Towers, per farsi un po' di pubblicità, vennero chiamati a fare da apripista: in pratica, i giocatori erano sulla linea di partenza, tenendosi sottobraccio, e tenevano "fermi" i partecipanti prima del via, salvo correre qualche decina di metri poi allargarsi per permettere loro di proseguire la corsa, una volta dato il segnale. Prima o dopo questa sceneggiata, abbiamo sostato un po' nei dintorni di Piazza Maggiore. Ok, ora si passa al 2008, circa. Sto facendo colazione nella pasticceria in piazza nel paese dove abito quando mi si avvicina un signore, accompagnato da una ragazza, che con estrema gentilezza chiede di parlarmi. Il tono della conversazione è questo, ovviamente le parole esatte non le ricordo: «Chiedo scusa, lei non si ricorderà mai di me, ma io l'ho riconosciuta subito. Tanti anni fa ero in piazza a Bologna con mia figlia, cioé la ragazza che ora è qui con me, e lei era stato così gentile da prestarmi il suo casco per una foto che ho fatto proprio a mia figlia. Adesso vado a cercare i negativi e uno di questi giorni se la incontro di nuovo gliene do una copia». E' appunto questa che vedete, anche se la bambina in questione è quella con la tuta rosa ed il suo casco è da linebacker (era certamente di Mauro Mezzini, il linebacker appunto, che sta sorridendo mentre, piegato in avanti con un bicchiere di plastica in mano, guarda la bimbai), il mio è quello indosso alla bambina più alta. Ma il tutto, ovvero questo incontro a 23 anni di distanza, è stato davvero curioso.

domenica 21 giugno 2009

Play ball




Durante questa trasferta non ho potuto distrarmi molto, ma del resto ero via per lavoro ed è anche giusto. Ho trascorso decisamente più tempo nelle stanze d'albergo che in giro, ma anche questo è naturale, anzi in stanza lavoro meglio che in ufficio, meno distrazioni. Tra i momenti di evasione, tre partite di baseball: Dodgers-Phillies venerdì 5 giugno, Padres-D'Backs sabato 6 giugno e Angels-Dodgers ieri. Qui, tre foto. Panoramiche del Dodger Stadium e del Petco Park mentre dell'Angel Stadium (ma con quella A pare quasi AngelA Stadium), ho preferito un particolare, il memoriale a Nick Adenhart, il giovane pitcher morto il 9 aprile scorso in un incidente stradale causato da un ubriaco. Che spero non esca più di prigione: non perché la sua vittima era un atleta, ma perché, contrario come sono all'alcool, trovo il crimine di guida in stato di ubriachezza uno dei più schifosi che ci siano.

sabato 20 giugno 2009

Senza volume

Più che vedere le partite della Confederations Cup, le ho tenute in sottofondo in hotel mentre lavoravo, nei giorni scorsi. Un sottofondo fastidioso per via di quell'insopportabile ronzio che dura dall'inizio alla fine. Scopro ora che il ronzio è originato da una trombetta che chiamano vuvuzela, e che viene suonata costantemente (che polmoni!) dalla maggioranza dei tifosi. Beh, è una cosa orrenda, allucinante, insopportabile (mi ripeto), odiosa. E l'antitesi del calcio, che dipende, per il "sonoro", dalle emozioni di quel che succede in campo e non ha alcun bisogno di una colonna sonora fissa, monotona, fastidiosa.

The Blind Side

I film di argomento sportivo sono quasi sempre pallide riprese dei libri di argomento sportivo che spesso - ma non sempre, per fortuna - sono a loro volta pallide imitazioni della realtà, che è quella che amo di più. Però a qualcuno può interessare sapere che a novembre uscirà negli USA la versione cinematografica di The Blind Side, il libro che racconta la vicenda di Michael Oher, tackle sinistro scelto nel draft NFL 2009 da Baltimore ma cresciuto tra difficoltà immense finché non è stato adottato da una famiglia di bianchi (Sean Tuhoy, il padre adottivo, è ex giocatore di basket e telecronista dei Memphis Grizzlies). Gli attori sono discretamente famosi, purtroppo la madre adottiva di Oher (Leigh Anne Tuhoy) è, nel film, Sandra Bullock, che per quel che mi riguarda non è credibile in quanto... troppo bella. Ok, l'ho detta.

lunedì 15 giugno 2009

L'errore sull'Iran

Ho sbagliato tutto. Dopo avere visitato l'Iran nel 1999, ed avere notato la dilagante voglia di Occidente - chiamiamola così, in maniera imprecisa, ma per capirci - soprattutto nelle città avevo predetto una rivoluzione entro pochi mesi. Sono passati invece dieci anni... (Il termine e il concetto di rivoluzione non mi piacciono, giusto per specificare, ma sono problemi miei)

sabato 13 giugno 2009

Niente Shuttle

Sono curioso praticamente di tutto quel che è conoscenza, ma non ho mai avuto il desiderio di apprendere fino in fondo il funzionamento del corpo umano né ho mai provato alcun desiderio di fare il medico. Anzi, a causa di grane avute da piccolo, con un paio di ricoveri prima dei 10 anni di età, ho sviluppato una forte diffidenza verso i medici. Diffidenza illogica, ovviamente, visto che si suppone siano lì per guarirci. Un aspetto che però mi ha sempre affascinato è quello legato ai meccanismi della memoria, specialmente dello sviluppo delle prime forme di ricordo. In parole povere, quand'è, da bambini, che si cominciano a ricordare le cose? Ognuno di noi può indicare il proprio primo ricordo, anche se a volte ci può essere la mediazione fuorviante di immagini successive, ma relative a quel periodo e dunque facilmente confondibili con ricordi originali. Io ad esempio ricordo una "merenda" fuori porta su una collina dell'Appennino tra Liguria e Piemonte ma ho il sospetto di avere in realtà assimilato immagini di un filmino super 8 girato in quei giorni da mio padre e visto successivamente. Di certo, ricordo una partita allo Stadio Comunale di Bologna nel 1968 (quattro anni) e l'annuncio dello scudetto della Fiorentina, sempre 1968. Ma indelebile è il primo ricordo complesso, di quando avevo poco più di 5 anni: lo sbarco sulla Luna. La diretta televisiva, Tito Stagno, le immagini in bianco e nero. Dire che mi hanno influenzato è poco: da piccolo costruii diversi modellini di razzo vettore (Saturn) e di navicelle spaziali, Lem compreso, utilizzando le scatole della Airfix e di qualche altra ditta, e chissà purtroppo dove sono finite. Appassionato di astronomia e astronautica (in quinta elementare la mia ricerca d'esame fu proprio sulle spedizioni spaziali), compresi che non avrei mai potuto fare né l'astronauta né l'astronomo perché entrambe le professioni richiedevano un'attitudine ai numeri che non ho mai avuto, ma la passione è rimasta, e non di rado, a chi mi sta ancora a sentire, dico che andare nello spazio è (sarebbe) il mio desiderio più grande, e che uno dei 2-3 film che ho rivisto più di una volta è Apollo 13. Dove voglio arrivare? A questo: trovandomi a Orlando per la finale NBA, avevo previsto di tornare a visitare il Kennedy Space Center, sede operativa della NASA, ma solo quando sono arrivato negli USA ho appreso che oggi alle 13.17 era previsto il decollo di uno Shuttle. IL DECOLLO DI UNO SHUTTLE! Una volta accertato che c'erano ancora posti liberi per il tour con pacchetto vip (che significa solo pagare di più per vedere meglio, non che si è vip...), ho prenotato, sono salito sul bus a Orlando alle 23, siamo arrivati a Cape Canaveral verso mezzanotte e 15, e alle 3.45 era previsto l'imbarco... non sullo Shuttle, purtroppo, ma sul bus interno che avrebbe portato nella zona di osservazione del lancio, a circa 8 chilometri dalla rampa (tra l'altro, stare a meno di 600 metri può comportare danni fisici gravissimi per le vibrazioni, più vicino e ti fanno fuori il rumore e le fiamme). Purtroppo, alle 00.26 è arrivato l'annuncio che il lancio era rinviato a data da destinarsi causa fuga di idrogeno da un serbatoio. Ci sono rimasto male perché non mi capiterà più l'occasione di vedere da vicino il dispiegarsi di un mio sogno antico, ma è ovvio che la sicurezza degli astronauti è quel che conta di più. Mi sono "consolato" con il simulatore di decollo che in occasione dell'altra mia visita, nel 2005, ancora non c'era, e devo dire che è un'esperienza che sembra piuttosto realistica ("sembra", perché ovviamente il decollo vero io non l'ho mai fatto) e coinvolgente, anche nelle vibrazioni e nella sensazione di pressione sul petto che si prova. Ora sono qui sul bus per il ritorno, alle 3.10 di notte anche se l'orario di questo post è successivo perché dovevo prima tornare in stanza e ricollegarmi al web, e... niente, peccato, proprio peccato.
(è vietato commentare il fatto che io avessi il computer durante il tour: quando uno è bacato è bacato...)

giovedì 11 giugno 2009

!@:%?£!

Quanto detesto i siti che per farti leggere una notizia ti costringono a cliccare su 4-5 pagine consecutive, quasi un gioco di scatole cinesi, o forse matrioske. La cosa che mi fa infuriare è che magari poi vanno dagli inserzionisti facendo loro vedere il numero di click: è una truffa, perché per ogni notizia se ne devono fare appunto 4-5, quando nei siti onesti clicchi una volta e la notizia si apre. Adesso faccio pure io così per questo blog: cliccate su un sommario e per arrivare al testo completo dovete fare altri quattro click, così da un giorno all'altro si quadruplica il numero di contatti. Naturalmente non lo farei mai...

martedì 9 giugno 2009

Fessura

I soviet, sempre intorno al 50%. Eppure siamo nel 2009.

lunedì 8 giugno 2009

Intervallo


Tifosi dei Lakers all'intervallo, sul balcone al primo piano, dietro l'insegna dello Staples Center. Alcuni fumano, pollice verso.

domenica 7 giugno 2009

Fuori campo


San Diego Padres-Arizona Diamondbacks 6-4, stasera. In campo, curiosità, anche Daniel Schlereth, pitcher di Arizona e figlio di Mark, il commentatore televisivo ex uomo di linea d'attacco dei Denver Broncos. Non è andato benissimo: entrato al sesto inning, è stato colpito duro dai non irresistibili Padres, che in quell'inning hanno realizzato tutti e sei i loro punti, ed è dunque risultato il lanciatore perdente. 23.592 spettatori, dunque circa il 55% della capienza dello splendido Petco Park, un freddo davvero notevole e il pupazzetto di Adrian Gonzalez in regalo ai primi diecimila circa...

sabato 6 giugno 2009

The politics of dancing

Leggendo ogni giorno un discreto numero di quotidiani stranieri, rimango strabiliato nel constatare come di un certo fenomeno di cui si parla in questi giorni ci si accorga solo ora. Era palese da molto tempo, bastava leggere i pezzi.

Dodgers-Phillies


Vista stasera - in Italia è già sabato - una grande partita di baseball al superbo Dodger Stadium: 4-3 Dodgers con un doppio di Ethier a basi piene sul 3-2 Phillies nell'ultimo inning. Poco prima, un errore di Pedro Feliz (terza base) su una battuta apparentemente non difficile di Russell Martin aveva salvato i Dodgers, che per gran parte della serata avevano colpito quasi nulla il lanciatore partente Jamie Moyer. Grande, grande partita, e un serata particolare: era infatti dedicata agli anni Ottanta, e l'inno nazionale è stato cantato dalle Bangles, quelle di Walk like an Egyptian.

giovedì 4 giugno 2009

Dopo gara1, velocemente

Gara1 è partita in maniera incoraggiante ma è diventata un massacro. Non sempre vittorie nette in una serie di playoff o finale NBA indicano una tendenza, a volte sono episodi che si aprono e chiudono in una serata, ma mi ha colpito negli spogliatoi prima poi in sala interviste sentir dire a molti giocatori dei Magic che “è solo la prima partita" o che "loro avevano più carica, più energia". E non sono stato l'unico ad arrivare rapidamente ad un giudizio negativo persino ovvio: com'è possibile che si arrivi con minore carica agonistica di un avversario alla Finale NBA, cioé al massimo cui un giocatore di basket possa aspirare. Anche questo aspetto, non solo i guai tattici emersi ieri sera, va velocemente analizzato dai Magic, se vogliono ribaltare un pronostico che a questo punto è più cospicuamente contro di loro. Unico aspetto moderatamente incoraggiante, i Magic avranno un fattore campo molto superiore ai Lakers, visto che qui forse si sono abituati fin troppo bene (ma è da sette anni che non vincono un titolo!) e ieri erano tiepidini fin verso la metà del terzo quarto. Ma contare sul solo tifo per ribaltare una situazione già precaria sarebbe follia.

lunedì 1 giugno 2009

Ancelotti, Chelsea


Chelsea Football Club is delighted to announce that Carlo Ancelotti has agreed to become our new manager.

He has signed a three year contract and will start on July 1, 2009.

Carlo was the outstanding candidate for the job. He has proved over a long period his ability to build teams that challenged for, and have been successful in, major domestic and European competitions.

He also had a highly successful playing career in those competitions and therefore brings unparalleled all round experience to the job.

We are sure everybody at Chelsea will give him a warm welcome and we are all looking forward to working with him.

A Chelsea TV exclusive interview with Carlo Ancelotti is now on
www.chelseafc.com

Piccolo commento, scusandomi per alcune banalità: Ancelotti passa da un grande club all'altro, avrà difficoltà con la lingua e come insegna l'esperienza di Felipe Scolari non potrà fare affidamento sul prestigio dei trofei vinti, ma dovrà capire, interpretare, valorizzare le risorse dello spogliatoio. Ha a disposizione grandi mezzi, allenerà in uno stadio magnifico e con tifosi calorosissimi, ma dovrà fare anche i conti con l'attitudine differente del pubblico: anche i tifosi più aperti alle novità, in Inghilterra, mal sopportano squadre troppo pazienti ed attendiste (oddiosanto un termine vetero-calcistico) e il Milan di Ancelotti, negli ultimi anni, teneva invece palla in una maniera che rischia di non soddisfare immediatamente la gente del Chelsea, se non sarà abbinata ai risultati. In più, la competitività di quelle 2-3 squadre ai vertici della Premier League fa sì che perdere eventualmente qualche colpo a inizio stagione, nel periodo di ambientamento, possa diventare pericoloso. E' quel che è successo a Scolari. Anche se le amichevoli precampionato valgono zero (non possedendo mezzi di informazione, non ho bisogno di "gonfiare" queste partite inutili facendole sembrare l'apocalisse imminente per attirare lettori o spettatori), sarebbe curioso il 24 luglio vedere saluti, abbracci e chiacchiere a Baltimore, dove ci sarà Chelsea-Milan.

6 gennaio 1979

Non voglio fare il bacucco nostalgico, che è in genere l'anticamera della vecchiaia mentale, ma questa invece è la partita del primo turno di quella FA Cup tra Sheffield Wednesday e Arsenal. Mi verrebbe da dire, soccombendo a quella nostalgia, che erano i tempi del calcio inglese vero: campi disastrosi, maglie decorose e semplici, pubblico turbolento (eufemismo...ci vorrebbe un altro aggettivo), pratiche antiche. Ci vollero infatti cinque partite, ovvero quella normale e quattro ripetizioni, per decidere la vincente, Arsenal appunto, che poi vinse il trofeo.

Trent'anni fa

La partita che mi ha fatto definitivamente virare verso il calcio inglese. Tre mesi dopo, senza nemmeno riuscire a credere alla fortuna che avevo, mi trovavo a Wembley a vedere Arsenal-Liverpool, la Charity Shield.